Visualizzazione post con etichetta RESISTENZA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RESISTENZA. Mostra tutti i post
lunedì, luglio 08, 2013
Buone letture - un saluto ed un ringraziamento sempre ad ANPI Modena
Dal 12 al 14 luglio "History Camp" al Parco della Resistenza di Monte Santa Giulia. History camp è un progetto di formazione residenziale rivolto a giovani dirigenti Arci che si svolgerà nel Parco della Resistenza di Monte Santa Giulia a Monchio di Palagano (Modena) tra il 12 e il 14 luglio 2013 in occasione del 69° anniversario della repubblica partigiana di Montefiorino. Per tre giorni, in una dimensione di incontro informale e di scambio tra le diverse esperienze dei partecipanti, si terranno conferenze, esercitazioni, laboratori, dibattiti, incontri e momenti culturali sulla resistenza. Il Parco della Resistenza Monte Santa Giulia è stato istituito negli anni ‘70 dalla Provincia di Modena, proprietaria dell’area, per ricordare i fatti salienti della Resistenza in queste zone tra cui la terribile strage dei 136 civili di Monchio, Susano, Costrignano e Savoniero, avvenuta il 18 marzo 1944 ad opera dei nazifascisti della divisione corazzata "Hermann Goering". Una delle principali caratteristiche del Parco è il Memorial dedicato alla Pace tra i popoli dove sculture in arenaria intendono rappresentare gli orrori della guerra come eterni squarci dell’umanità e la pace come rigenerazione. Il Parco, gestito da un gruppo di volontari in collaborazione con gli Enti locali della zona e l’istituto Storico, è dotato di un sala conferenze e di un ristorante. Il progetto History Camp è realizzato con il contributo ed il patrocinio della Regione Emilia Romagna e in collaborazione con l’Istituto Storico di Modena e con il patrocinio e la collaborazione dell’Anpi di Modena. ISCRIZIONI Gli interessati possono iscriversi presso il comitato Arci di Modena (tel. 059 2924711; modena@arci.it; www.arcimodena.org), il Comitato regionale Arci Emilia Romagna (tel. 051 260610; info@arcier.it; www.arcier.it) e i comitati territoriali Arci dell’Emilia Romagna (indirizzi, telefoni e orari di apertura su www.arcier.it)
mercoledì, dicembre 08, 2010
10 MOSSE - N. CHOMSKY
Tecniche di manipolazione: la prima è la “strategia della distrazione”, elemento primordiale del controllo della società: «Consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti». Strategia sistematicamente attuata da giornali e televisioni: «E’ anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica». Obiettivo: mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza reale importanza. E tenere le menti continuamente occupate, senza tempo per pensare, «di ritorno alla fattoria come gli altri animali», per citare il testo “Armi silenziose per guerre tranquille”.
Seconda strategia della manipolazione: creare problemi e poi offrire le soluzioni. Lo schema: problema, reazione, soluzione. «Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desidera far accettare». Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che sia lo stesso pubblico a richiedere leggi speciali sulla sicurezza e politiche a discapito della libertà. «O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici».
Terza mossa: la strategia della gradualità. «Per far accettare una misura inaccettabile – osserva Chomsky – basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta».
Altro stratagemma, il quarto: la strategia del differire. «Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura». E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato, sostiene Chomsky: perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente, e perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. «Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento».
Fondamentale (quinta mossa) rivolgersi al pubblico come ai bambini: «La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale». Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, si tende ad usare un tono infantile. Perché? «Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno».
Decisivo, nella manipolazione, il ricorso al sesto comandamento: l’aspetto emotivo della narrazione, che prevale sulla riflessione. «Sfruttare l’emozione – afferma Chomsky – è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti».
Naturalmente, è possibile sottoporre il pubblico a un trattamento infantile ed emotivo a una condizione, la settima: mantenerlo nell’ignoranza e nella mediocrità. Per Chomsky, è necessario far sì che il pubblico sia «incapace di comprendere le tecnologie e i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù». La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori, continua Chomsky, deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza pianificata tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare. Il pubblico deve restare ignorante e mediocre, e addirittura (ottava mossa) compiaciuto della propria mediocrità: i mediaspingono il loro pubblico a ritenere che «è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti». Colpo basso, la nona strategia della manipolazione: rafforzare l’auto-colpevolezza. Ovvero: «Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione».
E senza azione, aggiunge Chomsky, «non c’è rivoluzione», non esiste nessuna possibilità di cambiamento in senso democratico. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, conclude Chomsky, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca.
“Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano” è l’ultimo caposaldo del decalogo della manipolazione. Fatale corollario: «Nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su se stesso»
venerdì, aprile 30, 2010
LEZIONI DI STORIA

L'Amministrazione Comunale di Castelfranco Emilia in collaborazione con l'Istituto Storico di Modena organizza quattro incontri pubblici il mercoledì dal 5 al 26 maggio alle ore 21 presso la sala conferenze "Gabriella Degli Esposti" della nuova Biblioteca ubicata in Piazza della Liberazione n. 5
giovedì, aprile 22, 2010

Più che mai rinvigorita. L'Anpi, l'associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di "ragazzi partigiani", giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la Costituzione.
Un 25 aprile in cui non mancano le polemiche. A Mogliano, in provincia di Treviso non si suonerà "Bella ciao" 1. Anche se il sindaco leghista, Giovanni Azzolini nega: "Nessun problema a far suonare 'Bella ciaò alla banda comunale, se i partigiani lo chiedono", meglio, però, la 'Canzone del Piave', "che celebra il fiume sacro alla patria". Azzolini ricorda di "essere iscritto all'Anpi", non vuole sentire parlare di veti e davanti alle tv locali e sul web canta "Bella ciao" e parla di "fraintendimento". Tuttavia, ritiene che l'inno al Piave è più adatto, "tanto più che proprio da Mogliano la Terza Armata partì per riconquistare l'Italia". Protesta l'Anpi, ricordando che 'Bella Ciaò è "canzone di tutti".
I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di 'patriotì delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c'è ormai un altro 10% di 'juniores' fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente "postbellica", di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell'Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere "antifascista". Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l'anno), ha riportato l'entusiasmo nei comitati di tutta Italia.
Ma guai a pensare che la modifica dello statuto sia stata un escamotage anti-età: "Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca" sostiene Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell'Anpi di Firenze. Dove, nelle due sezioni più grandi della provincia, i giovani di 18-35 anni sono passati in tre anni da zero a 342, i 35-60enni sono più di due terzi degli iscritti, e a capo di un'altra è stato da poco eletto il segretario più giovane d'Italia: "Chi si associa all'Anpi" spiega Sarti "semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?". E che non si tratti solo di numeri, lo dimostra, spiega il vicepresidente dell'Anpi nazionale Armando Cossutta, quel che avviene nelle sezioni e nei comitati provinciali: "Pieni di gente di ogni classe sociale, di ogni professione, di ogni età, felici di avere uno spazio che i partiti non offrono più: limpido, pulito, senza arrivismi". La "nuova giovinezza" dell'Anpi "sembra figlia anche della crisi della politica". E il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha invitato l'intera giunta a iscriversi all'Anpi, con lui in prima fila.
giovedì, aprile 15, 2010
C'E' UNA BAZZA!

Marcia indietro del ministro Gelmini: dopo la protesta dell'ANPI e di molte organizzazioni democratiche inserito nuovamente nei programmi scolastici il riferimento esplicito allo studio della Resistenza.
sabato, aprile 03, 2010
E POI TI DICONO "TUTTI SONO UGUALI E TUTTI RUBANO...."


Semplicemente non c'è.
Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza.
Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati.
Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».
Alessandra Ricciardi
lunedì, novembre 30, 2009
SOSTENIBILITA'
L’Anpi: “La Rai insulta i partigiani”
12. Non hanno mai trovato il tempo per fare una fiction che raccontasse la strage di Marzabotto, nè per denunciare le responsabilità fasciste nella repressione della resistenza libica o nel genocidio, attuato coi gas asfissianti, degli Etiopi che difendevano la loro terra dall’occupazione italiana.
Non parliamo poi delle Leggi razziali e dei crimini perpetrati da uno stato “illegale”, la RSI fascista, per conto dell’occupante nazista.
La Rai ha trovato invece immediatamente le risorse per sceneggiare “Il sangue dei vinti“, opera tratta dall’omonimo libro di Giampaolo Pansa, che attraverso la citazione di episodi noti da decenni agli studiosi e agli storici, spacciati per rivelazioni epocali, tende a dare della Resistenza una visione banditesca e ambigua.
L’Anpi bolognese non ci sta e rompe il silenzio: “Si è offerta agli spettatori una descrizione falsata di un periodo storico comprendente la tragedia vissuta dal nostro Paese, trascinato in una guerra disastrosa dalla dittatura fascista e dal ruolo repressivo esercitato dalla Repubblica di Salò durante l’occupazione tedesca. A milioni di spettatori è stato celato il tradimento mussoliniano, e messo in ombra l’azione servile dei repubblichini sotto la bandiera hitleriana, presentando in modo ambiguo i caratteri della Lotta di Liberazione. Tale trasmissione - prosegue la nota dell’Anpi - ha rappresentato un insulto al sacrificio ed alla memoria delle decine di migliaia di partigiani e cittadini torturati con efferatezza, uccisi, deportati nei lager, proprio nello stesso mese di dicembre in cui il programma è stato messo in onda.
La distorsione degli eventi è apparsa ancor più marcata nella parte – intollerabile – successiva alla Liberazione quando si è infangata in misura sconcia la Resistenza , cui sono stati addossati deprecabili episodi avvenuti nell’immediato dopoguerra ed ai quali essa è stata del tutto estranea.
“L’ANPI provinciale di Bologna - concludono i partigiani bolognesi - condanna nettamente l’iniziativa della direzione RAI, richiama l’attenzione dello schieramento democratico ed antifascista contro i pericoli di tale vero e proprio rigurgito revisionista teso a snaturare la realtà storica. Sollecita la messa a punto nelle tre reti pubbliche italiane di una programmazione onesta e veritiera per accompagnare, nei primi mesi del 2010, al 65° anniversario della Lotta di Liberazione combattuta dai partigiani, dai militari dell’esercito di Liberazione e dai militari deportati nei lager dai tedeschi con l’appoggio dei repubblichini. Ciò affinché le nuove generazioni abbiano coscienza di pagine fondamentali della nostra storia, dalle quali sono nate la Repubblica e la Costituzione.”
Superficialità, sentito dire, equiparazione acritica di questo e di quello, all’interno di uno stesso recinto di regole formali dove una cosa vale l’altra.
C’è da chiedersi se siamo al punto di dover parlare di un “antifascismo sostenibile“: flessibile, adattabile ai tempi, e sufficentemente “elastico” da poter sopportare di tutto, anche che basti un po’ di cerone e un po’ di vernice fresca sui vecchi - mortiferi - proclami fascisti perchè la Repubblica nata dalla Resistenza abbia difficoltà a distinguere ciò che è opportuno accogliere da ciò che va isolato e respinto.
L’eguaglianza, la giustizia e la libertà nate dalla lotta di Resistenza? Ne parliamo il 25 Aprile.
I partigiani? Pare sian morti dal freddo.
Fonte
12. Non hanno mai trovato il tempo per fare una fiction che raccontasse la strage di Marzabotto, nè per denunciare le responsabilità fasciste nella repressione della resistenza libica o nel genocidio, attuato coi gas asfissianti, degli Etiopi che difendevano la loro terra dall’occupazione italiana.
Non parliamo poi delle Leggi razziali e dei crimini perpetrati da uno stato “illegale”, la RSI fascista, per conto dell’occupante nazista.
La Rai ha trovato invece immediatamente le risorse per sceneggiare “Il sangue dei vinti“, opera tratta dall’omonimo libro di Giampaolo Pansa, che attraverso la citazione di episodi noti da decenni agli studiosi e agli storici, spacciati per rivelazioni epocali, tende a dare della Resistenza una visione banditesca e ambigua.
L’Anpi bolognese non ci sta e rompe il silenzio: “Si è offerta agli spettatori una descrizione falsata di un periodo storico comprendente la tragedia vissuta dal nostro Paese, trascinato in una guerra disastrosa dalla dittatura fascista e dal ruolo repressivo esercitato dalla Repubblica di Salò durante l’occupazione tedesca. A milioni di spettatori è stato celato il tradimento mussoliniano, e messo in ombra l’azione servile dei repubblichini sotto la bandiera hitleriana, presentando in modo ambiguo i caratteri della Lotta di Liberazione. Tale trasmissione - prosegue la nota dell’Anpi - ha rappresentato un insulto al sacrificio ed alla memoria delle decine di migliaia di partigiani e cittadini torturati con efferatezza, uccisi, deportati nei lager, proprio nello stesso mese di dicembre in cui il programma è stato messo in onda.
La distorsione degli eventi è apparsa ancor più marcata nella parte – intollerabile – successiva alla Liberazione quando si è infangata in misura sconcia la Resistenza , cui sono stati addossati deprecabili episodi avvenuti nell’immediato dopoguerra ed ai quali essa è stata del tutto estranea.
“L’ANPI provinciale di Bologna - concludono i partigiani bolognesi - condanna nettamente l’iniziativa della direzione RAI, richiama l’attenzione dello schieramento democratico ed antifascista contro i pericoli di tale vero e proprio rigurgito revisionista teso a snaturare la realtà storica. Sollecita la messa a punto nelle tre reti pubbliche italiane di una programmazione onesta e veritiera per accompagnare, nei primi mesi del 2010, al 65° anniversario della Lotta di Liberazione combattuta dai partigiani, dai militari dell’esercito di Liberazione e dai militari deportati nei lager dai tedeschi con l’appoggio dei repubblichini. Ciò affinché le nuove generazioni abbiano coscienza di pagine fondamentali della nostra storia, dalle quali sono nate la Repubblica e la Costituzione.”
Superficialità, sentito dire, equiparazione acritica di questo e di quello, all’interno di uno stesso recinto di regole formali dove una cosa vale l’altra.
C’è da chiedersi se siamo al punto di dover parlare di un “antifascismo sostenibile“: flessibile, adattabile ai tempi, e sufficentemente “elastico” da poter sopportare di tutto, anche che basti un po’ di cerone e un po’ di vernice fresca sui vecchi - mortiferi - proclami fascisti perchè la Repubblica nata dalla Resistenza abbia difficoltà a distinguere ciò che è opportuno accogliere da ciò che va isolato e respinto.
L’eguaglianza, la giustizia e la libertà nate dalla lotta di Resistenza? Ne parliamo il 25 Aprile.
I partigiani? Pare sian morti dal freddo.
Fonte
venerdì, ottobre 30, 2009

"Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice" si legge in un corsivo di ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, a proposito della vicenda della morte del 31enne Stefano Cucchi
"Uno stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici - continua il corsivo - Perché verità e legalità devono essere 'uguali per tutti', come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una 'terra di mezzo' in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l'indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un 'codice' non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale".
Fini Gianfranco nel luglio 2001 è vicepresidente del Consiglio e si trova a Genova durante il G8 e le barbarie che là sono state commesse principalmente ad opera delle Forze di Polizia, dei Carabinieri e dei gruppi deviati delle forze di sicurezza impegnate a "dare una lezione" ai movimenti di protesta che manifestano in occasione del Summit....
"..e non serve cancellare con righe storte una parola che ha un peso enorme:
qualcuno l'ha pur sempre scritta.
l'antisommossa si fa divisa quotidiana:
sono ragazzi loro
siamo ragazzi noi
ma separati da caschi e scudi
e diversi obiettivi.."
(foto e brani sono gentilmente concessi da Quatipua http://www.flickr.com/photos/quatipua/3074279550/)
lunedì, giugno 01, 2009
FACCIAMOCI DE'MMALE

davvero non capisco... la notizia apparsa sulle reazioni, le specificazioni che il Presidente dell' Anpi, William Michelini, usa per non mescolare il buon nome dell'Associazione con le bande, le squadracce dei Centri Sociali che avrebbero infestato, con la loro presenza e contributo, la meritoria iniziativa del Festival sociale delle culture antifasciste di Bologna è semplicemente assurdo...
"La nostra associazione, che è un ente morale, è aperta a tutti i democratici, non abbiamo nessun contatto con i centri sociali e non facciamo manifestazioni insieme a loro.... "
che c'è di così intrigante nello sparare merda sulla spalla che viene offerta da chi non porta voti ma certamente impegno e passione?
quale merito nell'allontanare, agli occhi dell'opinione pubblica questa frangia deviata di antifascisti?
buon per noi che loro, i tanti che si spendono ogni giorno all'interno di queste realtà autonome, non hanno bisogno del plàuso di Michelini per riconoscere il debito di ognuno con il làscito di ogni singolo partigiano e continuino a diffondere una operosa cultura antifascista
http://www.fest-antifa.net/
domenica, aprile 26, 2009
BUONA LIBERAZIONE!

non siamo stati messi di fronte alla condizione di dovere scegliere...
questo è un bel vantaggio....
Nessuna conquista è però "per sempre". Resistere è dunque non solo un dovere ma una necessità.
http://www.biennaledemocrazia.it/
Iscriviti a:
Post (Atom)

