"...Sulla porta di ogni Gruppo d’Acquisto andrebbe scritto «Per modificare a fondo l’economia in senso egualitario, non basta parlare di stili di vita, bisogna parlare di modelli di società».
Dopo avere insistito per anni sul consumo critico e sugli stili di vita come nuovi spazi di impegno, sento che questa proposta può trasformarsi in un’involuzione se viene vissuta come il nostro unico spazio di impegno. Ho sempre concepito le azioni attraverso il consumo come una leva di impegno politico ma perché solo utilizzando tutti gli spazi di potere che abbiamo a nostra disposizione possiamo sperare di promuovere il cambiamento.
Invece ho l’amara sensazione che molti stiano vivendo le iniziative attraverso il consumo come una sostituzione, una sorta di riflusso nel privato: avendo capito che il sistema è duro a cambiare, ci rifugiamo nelle piccole iniziative individuali e di gruppo, che almeno ci danno la sensazione di avere raggiunto qualcosa di concreto. Aspirazione legittima, ma che va vista per quello che è: una tentazione per trovare l’illusione della pace interiore.
Coerenza personale, esperienze alternative, partecipazione istituzionale in ambito locale ma anche pensiero in grande: questi sono, a mio avviso, gli spazi che dobbiamo occupare contemporaneamente se vogliamo giocare un ruolo di cambiamento reale. Fra tutti, quello che sento abbandonato di più è l’ultimo, il pensiero in grande, la capacità di delineare un orizzonte alternativo, una nuova terra promessa verso la quale incamminarci. Navighiamo a vista, come tutti gli altri protagonisti della scena politica, senza un progetto se non parole; decrescita, sostenibilità, «buen vivir». Parole belle, che esprimono valori importanti, ma che non si trasformano in azione politica perché non delineano un quadro alternativo di riferimento, non esprimono il famoso modello sociale.
Prendiamo atto della realtà: siamo pochi, sempre gli stessi, se andiamo avanti di questo passo ci spegneremo per consunzione. Mi chiedo perché, e una parte della risposta sta nella violenza del sistema, che ci impone una precarietà crescente, forme di assunzione che dividono, invasione televisiva, concentrazione mediatica, impoverimento scolastico. Tutto questo sta modifi cando il nostro essere, sta scalzando il senso dei diritti, della solidarietà collettiva, dell’equità, del rispetto, per fare posto ai concetti mercantili di tipo individualista: arrivismo, successo, ricchezza.
Ma mi dico che parte della responsabilità è anche nostra: di fronte ai gravi problemi sociali e ambientali che stiamo vivendo, partoriamo solo piccole iniziative individuali e di gruppo, non siamo assolutamente capaci di indicare una strada di trasformazione di massa. Questo è il terreno che dobbiamo recuperare. Mentre continuiamo a fare tutto il resto che già facciamo, dobbiamo trovare il tempo e le energie per occuparci anche della progettazione dell’alternativa, altrimenti non diventeremo mai credibili. La gente vuole sapere come potrà vivere pur smantellando l’industria dell’automobile, come potrà avere una buona sanità, una buona istruzione, in una parola una buona economia pubblica, pur raffreddando l’economia, come si coniuga una buona vita con risorse limitate. Dobbiamo tornare a riflettere, a progettare l’alternativa, e dobbiamo farlo in una maniera partecipata, guai alle soluzioni di vertice....." (di Francesco Gesualdi da Carta n. 24 - 3 luglio 2009)
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Monteveglio, cinquemila anime in provincia di Bologna, è la prima città
italiana di transizione. I suoi abitanti si stanno facendo contagiare da un
gruppo di ecosognatori che hanno aderito a "Transition town", movimento nato in
Irlanda nel 2005 e definito dal Guardian "un esperimento sociale su vasta
scala". Oggi in Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova
Zelanda vivono persone che perseguono lo stesso obiettivo: convertire i centri
abitati a un'esistenza ecologica che possa fare a meno del petrolio e dei suoi
derivati. Tengono il conto dei barili di greggio estratti, sono certi che la
decrescita economica ed energetica sia inevitabile, ma la vedono come
un'opportunità. Non alzano la voce e non organizzano azioni dimostrative.
Svuotano il mare con un secchiello.
A Monteveglio si praticano quei piccoli accorgimenti che possono migliorare
la qualità della vita rispettando l'ambiente: orti in condivisione tra chi ha
la terra e chi solo un terrazzo, patate in sacchi di juta per chi non ha
spazio, giardini archeologici per specie ormai dimenticate. Chi non ha tempo o
voglia di zappare sceglie l'agricoltura sinergica, suda all'inizio e poi guarda
crescere, quasi da solo, il suo "orto pigro".
In pochi ancora sanno che è italiana l'azienda leader nel mondo nella "nuova chimica", quella delle bioraffinerie nelle quali dall'agricoltura si realizza la "nuova plastica" biodegradabile; o che sono alla testa dell'innovazione mondiale le aziende italiane che producono sistemi intelligenti per la gestione dell'illuminazione stradale, e che una di esse, che ha sede a Cattolica, ha vinto l'appalto per 130mila punti luce in Arabia Saudita
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